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  <title>ITALIA CONTEMPORANEA - Saggi</title>
  <link>http://www.italia-liberazione.it</link>
   <description>Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia</description>
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  <copyright>Creative Commons - http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/deed.it</copyright>
   <managingEditor>redazione_insmli@insmli.it</managingEditor>
   <webMaster>redazione_insmli@insmli.it</webMaster>
   <language>it</language>
  <item>   <title>La politica estera italiana nel primo dopoguerra 1918-1922. Sfide e problemi</title>
  <description><![CDATA[Obiettivo del saggio è ricostruire i principali momenti e problemi dell'azione internazionale dell'Italia dopo la prima guerra mondiale. La fine dell'impero asburgico, la crisi interna russa, il declino dell'impero ottomano liberarono l'Italia dalla presenza di antichi rivali nell'Europa danubiana e balcanica e nel Mediterraneo orientale, e inaugurarono un'epoca di ampliamento della sua influenza in quelle regioni. Ma l'aggravarsi delle rivalità fra l'Italia e le altre potenze vincitrici, in particolare Francia e Gran Bretagna, rese spesso di difficile realizzazione le ambizioni italiane. Inoltre, sulla politica estera dei governi Bonomi e Facta ebbe una forte incidenza la politica interna: si verificò infatti una crescente strumentalizzazione della politica internazionale ai fini degli interessi e delle logiche dello scontro politico in atto nella società italiana.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=734</link>
  <pubDate>settembre-dicembre 2009</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Il Sessantotto e la famiglia. Storia di una comune nella campagna marchigiana 1976-1987</title>
  <description><![CDATA[Questo articolo rende conto di una ricerca svolta con i metodi della storiografia orale su di una comune di Ancona, fondata nel 1977 da un gruppo di sei persone — ex militanti di un gruppo extraparlamentare e femministe —, che si caratterizzava come un tentativo ideologicamente fondato di superare l’istituzione familiare in un ambiente rurale della regione Marche, dove il ruolo della famiglia è sempre stato egemonico. Attraverso l’analisi delle memorie dei partecipanti, comparate con una serie di letture da loro stessi indicate, l’articolo illustra come quelli che furono i fattori di crisi per molte altre comuni degli anni settanta, in questa comune furono pesantemente influenzati dal contesto socioculturale da cui essa ebbe origine. Per prima cosa, l’autrice indaga nello specifico il progetto ideologico della comune. Sulla base delle ‘memorie conflittuali’, si evidenzia come l’assenza di modelli teorici abbia accresciuto la complessità di questo tentativo di costruire un modello alternativo di famiglia d’impronta culturale marxista e declinato nelle forme di reciprocità interna tipiche di un’‘azienda familiare’ derivante dal vecchio sistema mezzadrile. In secondo luogo, l’autrice esamina come il progetto sia andato via via scivolando verso una sorta di ‘rispecchiamento’ della famiglia mezzadrile tipica della tradizione locale, nei termini vuoi di una ‘convergenza organica’ degli individui nel loro ‘lavoro’ collettivo, vuoi di una condivisione ideologica di forme intime del privato. In conclusione, la nozione di ‘fallimento’ (relativo alle comuni degli anni settanta) viene ripensata alla luce di un’idea diversa di storicità, nonché in relazione a quanto ancora oggi rimane dell’esperienza della comune di Ancona nei rapporti interfamiliari e nei comportamenti sociali attuali di coloro che ad essa parteciparono. ]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=713</link>
  <pubDate>giugno 2009</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Sulla categoria di "transizione"</title>
  <description><![CDATA[Nel dibattito storiografico è stata importata la categoria di 'transizione'. La sua elaborazione prende forma nelle scienze sociali e la sua applicazione avviene soprattutto per spiegare i passaggi di regime politico e istituzionale (dalla dittatura alla democrazia) e i mutamenti degli assetti economici (dalle economie pianificate a quelle di mercato). Il ricorso ad essa negli studi storici è però controversa, poiché la definizione di ‘transizione' ha però privilegiato sinora il cambiamento piuttosto che la continuità. In questo modo ha valorizzato il momento del passaggio, ha attribuito alla transizione un valore e un significato secondo l'approdo, ha proposto un'immagine lineare, quasi ineluttabile, del processo storico. Riflettendo sul 1945, questo saggio si interroga invece sulla possibilità e sull'utilità di formulare una definizione storiografica di ‘transizione' che si misuri con le contraddizioni dei processi storici, con la dialettica tra persistenze e innovazioni. Si propone di assumere la transizione come un problema storico in sé: gli storici rivolgano la loro attenzione non al risultato del processo di mutamento quanto alla fase di accelerazione e innesco di quel processo, quando eventi del tempo breve e fattori di lungo periodo frantumano un equilibrio ormai instabile per ricondurre verso condizioni di stabilità. Storicizzare la transizione significa insomma individuare il catalizzatore del mutamento, ciò che innesca le condizioni del cambiamento e le rende operative.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=701</link>
  <pubDate>marzo 2009</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Set Italy ablaze. Lo Special Operations Executive e l'Italia 1940-1943</title>
  <description><![CDATA[Lo Special Operations Executive fu un organismo creato dagli inglesi nella seconda guerra mondiale dopo la sconfitta della Francia e l'entrata in guerra dell'Italia (l'autorizzazione alla sua costituzione venne data da Churchill nel luglio del 1940) per guidare il movimento di resistenza antinazista e antifascista e le operazioni sovversive nell'Europa occupata dalle potenze dell'Asse. Esso agì coerentemente con questo obiettivo anche rispetto all'Italia, muovendosi su due piani interconnessi: il primo, operativo, consistente nell'invio nella penisola di agenti capaci di promuovere azioni di sabotaggio o sovversive, il secondo, spiccatamente politico, volto ad accelerare il crollo del regime fascista. Le difficoltà della Gran Bretagna a penetrare e operare in Italia e il fallimento della politica di reclutamento di agenti tra i Pow e gli enemy aliens italiani spiegano i modesti esiti dell'approccio operativo del Soe. D'altro canto, l'approccio 'politico' ebbe risultati persino peggiori. Il Soe, mirando a favorire un'uscita soft dell'Italia dalla guerra, entrò in contatto con antifascisti in esilio come Emilio Lussu e con gli ambienti del Partito d'azione; con esponenti della 'fronda' militare come Badoglio; con industriali antifascisti come Adriano Olivetti. In ogni caso, le sue relazioni con gli oppositori al regime vennero bloccate: prima da un vuoto di indicazioni politiche, poi dall'adozione da parte del War Cabinet della 'linea dura' rispetto all'Italia, vale a dire di una chiusura totale a qualsiasi richiesta di patteggiamento per la pace, portata avanti più o meno esplicitamente dagli interlocutori italiani del Soe. A ciò si aggiunga che il Foreign Office riteneva troppo debole l'antifascismo politico italiano, poco credibile l'opposizione 'istituzionale' al regime, e pericoloso rispetto agli alleati assumere nei loro confronti una condotta che potesse far sorgere anche il minimo dubbio sulla lealtà Britannica.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=669</link>
  <pubDate>settembre-dicembre 2008</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Crimini di guerra in Giappone e in Italia. Un approccio comparato</title>
  <description><![CDATA[Il saggio analizza la questione dei crimini di guerra compiuti dall'Italia e dal Giappone attraverso un approccio comparativo incentrato su tre fondamentali punti di osservazione. Il primo è la prospettiva di lungo periodo: Italia e Giappone, ultime arrivate tra le potenze imperialiste, sin dall'inizio del XX secolo, per annientare le resistenze locali e giungere a controllare rapidamente le loro colonie oltremare, non si peritarono di ricorrere a metodi simili, di un'efferatezza che raggiunse il massimo quando l'aspirazione del Giappone di avere la meglio rispetto alla supremazia bianca e l'affermazione dell'Italia di avere diritti uguali a quelli delle altre potenze imperiali ne accrebbero, nel corso degli anni trenta, l'aggressività. Il secondo riguarda il modo con cui gli intellettuali di entrambi i paesi, in quegli anni e anche durante la seconda guerra mondiale, si atteggiarono rispetto alle conseguenze dolorose sulle popolazioni locali delle guerre nelle colonie. Il disinteresse e l'ignoranza contraddistinsero in Italia persino quelli che si erano ricreduti sul fascismo durante la guerra di Spagna, mentre in Giappone, ancora nel dopoguerra, le posizioni anticolonialiste erano in minoranza. Il postulato della 'superiorità sulle colonie' dominava la percezione degli intellettuali e quella delle popolazioni. Nel dopoguerra, molti italiani, convinti di essersi liberati da soli dal fascismo, dimenticarono con gran facilità quanto essi stessi avevano fatto contro altri popoli, mentre la consapevolezza (acutizzata dall'esperienza del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki) del popolo giapponese di essere lui stesso 'vittima della guerra' spesso dominò il discorso postbellico. Il terzo, infine, concerne il fatto che nel secondo dopoguerra, sia in Italia che in Giappone i responsabili di crimini di guerra, sostanzialmente, non vennero perseguiti né si effettuarono epurazioni significative. L'autore esamina le ragioni, diverse in Giappone e in Italia, della mancanza di impegno al proposito delle élite politiche; come in entrambi i paesi la giustizia fosse amministrata dallo stesso personale che lo aveva fatto nei precedenti regimi; come gli Alleati, a loro volta detentori di colonie, siano stati acquiescenti; come fattori internazionali, quali la nascita dei movimenti anticoloniali e la politica della guerra fredda, abbiano favorito un rapido oblio.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=654</link>
  <pubDate>giugno 2008</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Un difficile incontro. Esercito e politica in Italia 1945-1948</title>
  <description><![CDATA[La fine della guerra, l'instaurazione di uno Stato democratico e l'entrata in vigore della Costituzione posero nuove problematiche agli alti comandi militari dell'esercito. Rispetto alla larga autonomia concessa alle forze armate dai regimi precedenti, la carta costituzionale indicava la via di uno stretto controllo politico sulle forze armate in quanto la classe politica postfascista aveva un atteggiamento diffidente nei confronti del mondo militare, tanto che cercò, durante gli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, pur nel rispetto dell'autonomia di ogni burocrazia, di controllarlo. Non fu facile ricostruire un nuovo esercito in quanto al mondo politico interessavano non tanto nozioni di carattere tecnico-strategico, ma, più semplicemente, che le forze armate restassero fuori dall'agone politico o che fossero disponibili a intervenire in situazioni che potessero mettere in difficoltà l'integrità e la tenuta dello Stato. La reazione a questo sentimento di estraneità spinse gli Stati Maggiori a far arrestare la politica fuori dalle caserme rinchiudendosi in un tecnicismo scevro da qualsiasi accenno alla politica stessa. Questo atteggiamento venne assecondato incoraggiando una graduale forma di autogoverno da parte delle forze armate che determinò una disattenzione crescente verso i fenomeni di clientelismo e burocratizzazione che colpirono l'organismo negli anni a seguire. Le forze armate però non possono essere considerate avulse dal contesto nel quale operano e il presente contributo mira a illustrare lo stretto legame che, in democrazia, intercorre tra élite militari e politiche.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=634</link>
  <pubDate>marzo 2008</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Le trattative per il risarcimento degli internati militari italiani 1945-2007</title>
  <description><![CDATA[Il risarcimento degli internati militari italiani tornò a essere oggetto di discussione, in relazione all'accordo globale italo-tedesco del 2 giugno 1961 e dopo decenni di stallo, nel corso delle trattative sull' istituzione della Fondazione Evz. Risulta evidente che le linee argomentative, volte a escludere gli internati dal gruppo degli aventi diritto al risarcimento, sono caratterizzate, da parte tedesca, da grande continuità. Soprattutto i fattori di ordine economico furono determinanti. Inoltre. L'iscrizione degli ex internati militari fra chi aveva diritto al risarcimento comportava un rischio incalcolabile: infatti, in caso di riparazione nei loro confronti, si temeva un'ondata di denunce da parte di tutti gli altri ex prigionieri di guerra. In Italia il pagamento a seguito dell'accordo di risarcimento del 1961 assecondò la retorica nazionale dominante. Poiché gli internati militari sono stati associati per decenni alla catastrofe militare dell'8 settembre 1943, il loro destino doveva essere dimenticato dalla coscienza pubblica. Anche negli ultimi anni l'Italia non ha espresso alcuna iniziativa degna di nota, volta a realizzare un risarcimento adeguato degli ex internati militari italiani. Ciò vale sia per il governo Berlusconi che, nel contesto dell'istituzione della Fondazione Evz, non si adoperò in alcun modo affinché venissero considerati gli ex internati militari, sia per alcuni settori della magistratura italiana. Le iniziali speranze degli ex internati, di essere risarciti dalla Fondazione Evz, furono annientate dal parere dell'esperto di diritto internazionale Christian Tomuschat, incaricato dal governo federale dell'epoca. Rimangono forti dubbi sul fatto che i procedimenti ancora aperti possano avere, un giorno, esito positivo. Nondimeno la Fondazione Evz può comunque vantare un bilancio notevole. Il risultato sarebbe stato ancora più impressionante se, non solo gli internati militari italiani, ma anche i prigionieri di guerra sovietici avessero ottenuto un risarcimento.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=616</link>
  <pubDate>dicembre 2007</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Il controspionaggio</title>
  <description><![CDATA[Allo scoppio della prima guerra mondiale, mentre la Gran Bretagna poteva vantare un efficiente servizio di spionaggio e di controspionaggio dipendente dall'autorità politica, l'Intelligence Service, creato nel 1908 in previsione di un conflitto con la Germania, e la Francia disponeva del Deuxième Bureau, dipendente dal ministro della Guerra, l'Italia non aveva un analogo servizio 'civile'. Era l'Ufficio riservato della Direzione generale della pubblica sicurezza a svolgere, assieme a tanti altri, i compiti di spionaggio e di controspionaggio, considerati forse non prioritari.
Nel periodo della neutralità l'Italia divenne il 'crocevia' più importante dello spionaggio europeo – solamente dopo il 24 maggio 1915 questo 'primato' passò alla Svizzera –, ma la risposta delle autorità di pubblica sicurezza fu inadeguata per la grave insufficienza dei fondi a disposizione, per la penuria di agenti specializzati nell'intelligence, per la mancanza di un vero coordinamento centrale, e spesso si limitò ad assecondare le richieste del presidente del Consiglio e delle autorità militari.
Dopo l'entrata in guerra e gli impressionanti 'incidenti' e sabotaggi che colpirono navi e industrie italiane, mentre si sviluppava il sospetto indiscriminato contro gli stranieri e contro gli italiani 'neutralisti' e 'disfattisti', alimentato dai più accesi gruppi interventisti, maturò l'esigenza della creazione di un 'moderno' ufficio, dipendente dal ministro dell'Interno, con l'esclusivo compito dello spionaggio e del controspionaggio. La questione fu risolta solamente alcuni mesi dopo l'insediamento del governo di unità nazionale presieduto da Boselli, che pose come programma prioritario l'adesione alla guerra 'totale'.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=589</link>
  <pubDate>giugno 2007</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>L'opinione popolare italiana di fronte alla guerra d'Etiopia</title>
  <description><![CDATA[Gli anni della conquista dell’Etiopia (1935-1936 ) sono spesso considerati come il culmine del consenso al regime fascista. In quest’articolo, concernente l’umore delle masse nell’Italia del tempo quale risulterebbe dagli archivi di polizia e di partito, si sostiene che, pur essendoci in taluni settori della società un indubbio consenso verso la guerra, in taluni altri settori si sarebbero invece nutriti forti dubbi e profonde diffidenze. Dal vaglio di avvenimenti quali la grande adunata nazionale del 2 ottobre 1935, alla vigilia dell’invasione, la Giornata della fede del dicembre 1935 e le reazioni nel paese a guerra finita, l’A. giunge alla conclusione che molta gente comune in Italia sarebbe rimasta tutt’altro che convinta da un imperialismo assolutamente incapace di mantenere le sue grandi promesse. Così, il tanto vantato “entusiasmo spontaneo” per la guerra sarebbe stato in buona parte fabbricato ad arte dallo stesso regime, con la gente costretta a inscenare la sua entusiastica partecipazione ai pubblici rituali imposti dall’alto, pur in molti casi dubitando che la guerra, la conquista dell’Etiopia e la conseguente rottura degli equilibri europei potessero arrecare duraturi benefici all’Italia e agli italiani. Diversamente dai tedeschi sotto Hitler, molti italiani sarebbero rimasti poco convinti della politica espansionistica del fascismo, trovando difficile credere che l’Impero potesse risolvere i problemi di un popolo più che altro angustiato dalle difficoltà della vita quotidiana. ]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=569</link>
  <pubDate>marzo 2007</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>La memoria spezzata. La Russia e la guerra</title>
  <description><![CDATA[Scopo del saggio è ricostruire le vicissitudini della memoria della seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, prima, e in Russia, poi, dalla fine del conflitto a oggi, con l'intento di fornire al lettore occidentale uno strumento per capire diversi usi pubblici a cui il ricordo del conflitto, estremamente vivo nella società, si presta. Si vogliono mostrare, in particolare, le ragioni per cui la memoria della guerra ha avuto e ha tuttora, nelle terre russe, una funzione del tutto diversa, nella trasmissione dei valori e nella costruzione delle identità collettive, da quella che ha avuto nei paesi dell'Europa occidentale. Il punto di partenza è la specificità della memoria russa della guerra, una memoria duplice, ambigua, perché ambivalente era stata, per l'Urss, la vittoria stessa: liberazione del paese e dell'Europa dal giogo nazista in nome dei valori di libertà dell'antifascismo, la vittoria aveva al tempo stesso portato al consolidamento e all'inasprimento della dittatura staliniana in nome della risorta grande potenza della Russia. Dal ricordo della guerra scaturivano quindi due memorie opposte, antitetiche, che veicolavano due sistemi di valori inconciliabili, fondati l'uno sulla libertà e l'altro sull'esaltazione della potenza nazionale: la memoria della guerra vissuta, col suo spirito di libertà che alimentava le speranze di una democratizzazione, e la memoria della vittoria, che celebrava invece lo Stato autoritario. Nel conflitto fra le due memorie, la prima ha finito sempre per soccombere, mentre la seconda ha alimentato, i dagli anni brežneviani, il nascente nazionalismo, che è diventato, dopo il naufragio dell'Urss e il disincanto nei confronti dell'Occidente, l'ossatura della nuova ideologia di Stato della Russia postcomunista.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=550</link>
  <pubDate>dicembre 2006</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Il romanzo della Vespa</title>
  <description><![CDATA[Questo saggio si propone di ricostruire la genesi di un'idea: lo scooter Vespa, presentato ufficialmente al mercato nel 1946 dalla Piaggio di Pontedera. Nella prima parte si racconta l'autonomizzazione di un campo internazionale degli scooter tra Europa e Usa nel corso del Novecento. Un campo che, distintosi dai motocicli per caratteristiche proprie, poteva già vantare prima del 1945 numerosi esemplari conosciuti anche in Italia. Nella parte centrale si dimostra l'esistenza di alcuni scooter italiani prima della comparsa della Vespa e soprattutto si porta alla luce un discorso pubblico polifonico sulla necessità di fabbricare una 'moto del popolo' alla fine degli anni trenta. Una delle voci più incisive e influenti che sostengono l'importanza di una moto utilitaria fu Renato Tassinari, direttore di 'Il Littoriale', consigliere nazionale della Camera dei fasci nella Corporazione della carta e della stampa e grande ammiratore della Germania nazista. Tassinari — assunto nel dopoguerra dalla Piaggio in qualità di direttore della rivista aziendale — può considerarsi l'anello di congiunzione tra la Vespa e gli scooter della stagione antecedente al 1945. 
Nella parte finale si sottolineano le grandi qualità imprenditoriali della Piaggio già durante gli anni trenta, il buon livello tecnologico delle sue officine e la vocazione di lungo periodo alla diversificazione nell'ambito del settore dei trasporti. Qualità, queste, che consentirono il salto indolore dall'aeronautica ai motoscooter dopo il 1945. Tuttavia, il tassello di chiusura per comprendere la genesi dell'idea è la storia della traiettoria sociale dell'ing. Corradino D'Ascanio, l'inventore della Vespa. Il saggio riassume insomma tutte le condizioni di possibilità, interne ed esterne all'impresa, per la nascita del più famoso scooter del mondo.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=534</link>
  <pubDate>settembre 2006</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Balbo e la preparazione della guerra in Africa settentrionale</title>
  <description><![CDATA[I progetti elaborati da Balbo a partire dal 1935-1936 hanno alcune caratteristiche comuni, tra le quali l'assenza di previsioni sulle modalità con cui operare in territorio desertico; la mancanza di studi sui problemi di viabilità su piste costiere e percorsi interni (e la disponibilità dei mezzi necessari); la sopravvalutazione numerica del nemico, accompagnata dall'inadeguata attenzione al suo addestramento e alla disponibilità di mezzi. Due errori, questi ultimi, che producono l'incomprensione della reale forza britannica, che aveva puntato fin da i primi anni trenta sull'addestramento delle forze corazzate. Il saggio analizza il succedersi dei progetti militari, dall'ipotesi di offensiva verso Egitto e Suez, al suo siluramento da parte di Badoglio, ai progetti nutriti da Balbo ancora dopo il settembre 1939 (quando solo gli studi offensivi verso Grecia e Jugoslavia intaccano la direttiva della difesa assoluta su tutti i fronti). Ma nel maggio 1940, quando viene decisa l'entrata in guerra, i progetti offensivi di Balbo sono come svaniti, mentre sempre più chiare gli appaiono le deficienze italiane in termini di armamenti. La sua breve guerra — Balbo viene abbattuto dalla contraerea italiana il 28 giugno — palesa tutta l'arretratezza della preparazione italiana, dovuta in primis a Pariani e Badoglio. Come le massime autorità militari italiane, Balbo continuava a valutare la forza militare in rapporto, in primo luogo, al numero dei soldati, un grave errore di fronte a un nemico capace — con mezzi limitati ma personale ben addestrato — di mettere in scena un conflitto di cui il quadrumviro, nonostante qualche sprizzo di lucidità, non aveva neppure sospettato l'esistenza.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=515</link>
  <pubDate>giugno 2006</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Potere, società ed economia nel territorio della Rsi</title>
  <description><![CDATA[L'articolo discute due nodi storiografici fondamentali per la comprensione della vicenda della Rsi e degli interessi politici, economici e sociali che in essa si manifestano: la natura del conflitto tra 'estremisti' e 'moderati' e i caratteri della legge sulla socializzazione delle imprese del febbraio 1944. La contesa tra 'estremisti' e 'moderati' contraddistingue sia la fase di impianto del potere della Rsi sia quella successiva ed è l'espressione (in un contesto, fortemente condizionato dalla presenza tedesca, che non è più di spartizione del potere come nel Ventennio, ma di conquista) non del rapporto contraddittorio tra partito e Stato, ma di un ‘regolamento di conti' all'interno dello stesso Pfr. Ciò si traduce, per la presenza di polizie parallele e i violenti scontri ad essa connessi, in una fortissima riduzione delle capacità operative della Repubblica di Salò. Dopo aver analizzato le diverse forme e gli esiti di questa contesa a livello locale e l'incapacità del centro di governarla, l'autore passa a considerare sommariamente l'evoluzione della situazione economica. Dal 1943 al 1945 si aggravano tutti i fenomeni negativi già ampiamente presenti dall'autunno 1942, cui si aggiungono i forti prelievi tedeschi e il reclutamento coatto. In questo quadro il progetto di socializzazione viene presentato come ripresa e svolgimento di quello corporativo nella tutela però del diritto di proprietà. L'idea che ne sta alla base (contrastata praticamente all'interno del Pfr da alcuni più accesi sindacalisti) è di far centro sulla conservazione della struttura produttiva e nel contempo dar spazio a una riorganizzazione tecnocratica del governo dell'economia. Essa non può che trovare concordi gli esponenti dell'industria e apre una prospettiva di riorganizzazione del corpo sociale che va ben oltre la congiuntura bellica e Salò. (p.r.)
]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=496</link>
  <pubDate>dicembre 1998</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>Sul negazionismo</title>
  <description><![CDATA[I negazionisti sono un gruppo di presunti storici che sostengono che la Shoah sia la 'grande impostura del ventesimo secolo' e che Auschwitz e le camere a gas naziste non siano altro che un'invenzione della propaganda sionista, volta ad estorcere ingenti riparazioni di guerra alla Germania sconfitta. Per sostenere tale tesi i negazionisti si avvalgono di un metodo molto particolare di lettura dei documenti storici, che prevede: a. l'analisi di una qualunque testimonianza che attesti l'esistenza dello sterminio, isolata però dalla rete probatoria in cui essa è inserita, allo scopo di renderla più vulnerabile agli attacchi; b. la ricerca spasmodica di tutte le piccole inesattezze che la testimonianza (in quanto prodotto della memoria umana) può contenere, con l'intento di ingigantire l'importanza di tali anomalie; c. la deduzione che se la testimonianza è sbagliata su un determinato punto, nulla garantisce che non lo sia anche nel suo complesso; d. la conclusione che le ‘sbavature' riscontrate non sono casuali, ma fanno capo a una precisa volontà di manipolazione ideologica da parte di 'certi ambienti del sionismo internazionale'. Da quanto detto consegue che il negazionismo non è altro che il capitolo più aggiornato del vecchio mito della cospirazione ebraica per la conquista del mondo, la cui espressione più nota è costituita dai falsi Protocolli dei Savi Anziani di Sion.
]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=475</link>
  <pubDate>settembre 1998</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>La 'scoperta' di Antonio Gramsci. Le 'Lettere' e i 'Quaderni del carcere' nel dibattito italiano 1944-1952</title>
  <description><![CDATA[Con questo lavoro si intende portare un contributo allo studio di quella che è la più importante operazione politico-culturale del dopoguerra. In particolare si cerca di ricostruire dapprima l'incessante opera di 'divulgazione' della figura gramsciana che Palmiro Togliatti svolse sin dai primissimi giorni del suo rientro in patria, poi le vicende relative alla pubblicazione postuma degli scritti carcerari, infine la grande eco che essi ebbero fin dalla loro uscita nelle due grandi 'famiglie' culturali, quella cattolica e quella liberale, alle prese con un autore che scompaginava gli schemi interpretativi della storia italiana. Nell'area cattolica Gramsci suscita, nelle componenti dossettiane e nei movimenti giovanili, un grande interesse, cui si contrappone l'ostracismo della 'Civiltà Cattolica'. La cultura laica invece oscilla tra la tentazione di fare di Gramsci un crociano di sinistra e il rifiuto, motivato con l'appartenenza del pensatore sardo ad una ideologia totalitaria e antidemocratica come quella comunista, in inevitabile simbiosi con l'atteggiamento di Benedetto Croce che passa dalle lodi tributate all'uscita delle Lettere alla chiusura totale manifestata durante la pubblicazione dei Quaderni. Si è volutamente solo accennato alle vicende relative ai rapporti tra Gramsci e Togliatti e la sinistra in generale, argomenti assai dibattuti nella nostra storiografia. La scoperta di Gramsci è un momento fondamentale del dialogo tra la cultura comunista, quella cattolica e quella liberale, un dialogo sempre presente nella storia dell'Italia repubblicana.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=458</link>
  <pubDate>giugno 1998</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>L’Onu e l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia. Dall’idea all’istituzione del trusteeship</title>
  <description><![CDATA[Il trusteeship system delle Nazioni Unite fu un esperimento che si proponeva di innovare l'amministrazione coloniale. In particolare, esso era finalizzato al dominio di una potenza europea su popolazioni altre mediante una nuova forma amministrativa, nell'interesse sia delle popolazioni locali, che erano avviate all'indipendenza, sia della pace e della sicurezza mondiale. L'esperimento doveva però scontare un carattere intrinsecamente compromissorio nelle sue dinamiche politiche, fattuali e ideali: è vero che i territori sotto tutela fecero passi più o meno importanti in quel percorso di preparazione all'indipendenza che sottintendeva il trusteeship, ma riacquistarono la loro indipendenza solo in forza del progressivo collegamento della particolare vicenda fiduciaria alla questione dei territori non autonomi e al processo di decolonizzazione nel suo complesso.
L'Italia partecipò attivamente a questo percorso storico attraverso l'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (Afis). Nonostante alcune peculiarità locali, il trusteeship somalo si inscrive nella contrapposizione che progressivamente emerse all'interno delle Nazioni Unite tra il club degli amministratori e i paesi anticolonialisti, tra un'interpretazione restrittiva e legalista o una estensiva e progressista degli obiettivi fiduciari. L'Italia operò in collegamento con le altre potenze amministratrici e sfruttò a proprio vantaggio le disfunzionalità dell'United Nations Advisory Council of Somalia. D'altro canto la disciplina particolarmente stringente della convenzione somala, lo status dell'Italia di ex potenza coloniale a tutti gli effetti e l'intento del governo italiano di utilizzare l'Afis per il reinserimento del paese nel consesso politico internazionale, dopo i trascorsi fascisti, garantirono un'interpretazione progressista del mandato.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=428</link>
  <pubDate>marzo 2006</pubDate>
  </item>
  <item>   <title>La mobilitazione civile in Italia 1940-1943</title>
  <description><![CDATA[L'organizzazione della mobilitazione civile e del fronte interno ebbe inizio negli anni venti e proseguì sino alla caduta del fascismo. La pronta mobilitazione delle risorse economiche, alimentari, umane e 'spirituali' venne a lungo programmata e mai realizzata. Allo scoppio della guerra la mobilitazione dei civili apparve superflua; a partire dalla metà del 1941 divenne necessaria ma non ancora predisposta all'avvio; solo nel 1942 venne mobilitata una parte della popolazione. Anche l'organizzazione del fronte interno fu a lungo trascurata. Lo Stato si limitò ad inasprire le leggi penali per far rispettare un'inesistente disciplina di guerra. La perdita di controllo sulle dinamiche dei prezzi e dei salari generò un fenomeno di ampia mobilità nel mercato del lavoro, cui si tentò di porre rimedio tramite i decreti del duce di mobilitazione civile. L'economia di guerra fece esplodere contemporaneamente un fenomeno di rigidità nel mercato del lavoro italiano, pericolosamente carente di manodopera specializzata. I numerosi tentativi del ministero delle Corporazioni e dell'ex Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione di gestire l'esiguo numero dei lavoratori qualificati fallirono continuamente. Secondo le fonti ufficiali, nell'ottobre del 1942 il numero dei mobilitati raggiunse i due milioni e mezzo con oltre 180.000 precettati civili. Nel dicembre dello stesso anno i mobilitati superarono i cinque milioni. Tuttavia la mobilitazione non era avvenuta secondo gli ambiziosi progetti fascisti. Con il presente saggio si propone una ricostruzione ed una riflessione sulle diverse fasi e sulle evidenti contraddizioni della programmazione e della gestione della mobilitazione civile durante i primi tre anni della guerra.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=418</link>
  <pubDate>marzo 1999</pubDate>
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  <item>   <title>La crisi dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana. Un “caso” di portata nazionale</title>
  <description><![CDATA[La vicenda dell'Istituto storico della Resistenza in Toscana, oggetto da anni di vivaci polemiche, rischia di essere letta come una questione locale, mentre presenta grosse implicazioni sia politiche che culturali di portata nazionale. Il tentativo di riformare in senso democratico-elettivo lo statuto dell'Isrt è stato aspramente contrastato da una minoranza di soci, sostenitrice del vecchio equilibrio ciellenistico, di fatto basato su una rigida lottizzazione tra le forze politiche. In funzione di questa opposizione è stata montata la denuncia della mancata pubblicazione delle carte Salvemini da parte dell'Istituto toscano, a riprova del suo atteggiamento partigiano e discriminatorio verso 'una cultura storico-politica sgradita'.
Su questa base si è innestato un pesante attacco contro l'Istituto nazionale, volto a colpire non solo le sue iniziative di maggior respiro, come il convegno dell'aprile 1998 su 'Fascismo e antifascismo', ma il suo stesso ruolo culturale nel campo storiografico e le sue nuove responsabilità nei programmi di aggiornamento degli insegnanti di storia. Gli attacchi, moltiplicatisi sulla stampa e in Parlamento, non hanno ricevuto adeguata risposta né dal ministero dei Beni culturali né dalle forze politiche più direttamente chiamate in causa. Un silenzio che, aggiunto alle crescenti difficoltà che stanno soffocando l'Insmli e alla situazione di crisi forse irreversibile in cui è precipitato l'Isrt, sembra adombrare una ulteriore conferma di quel revisionismo, non solo storiografico, che pone radici sempre più consistenti anche nel patrimonio politico e culturale della sinistra italiana.
]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=401</link>
  <pubDate>giugno 1999</pubDate>
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  <item>   <title>Il piano Marshall e il centrismo. Il patto tra Stato e industria del 1948</title>
  <description><![CDATA[Il saggio, che fa uso di documenti italiani e americani, vuole mostrare che la stabilizzazione politica anticomunista si comprende nelle sue determinanti di fondo a partire dal suo rapporto con la politica internazionale. Dal giugno 1947 in poi il piano Marshall costituì il quadro entro cui si iscrisse la formulazione del centrismo e di tutta la politica degasperiana. L'esito delle elezioni del 18 aprile 1948 fu influenzato dall'approvazione legislativa del piano statunitense. La definizione e la dinamica del centrismo fu segnata dalla decisione di reintegrare rapidamente il paese nel mercato occidentale secondo le regole stabilite a Bretton Woods. 
Il ruolo di mediazione della Dc e l'esigenza di estenderlo costantemente furono in gran parte causati dall'estrema difficoltà di conciliare l'integrazione nel mercato mondiale con una struttura socio-economica arretrata e dualista. Il divario tra il paese e il blocco occidentale impose al governo di sviluppare una mediazione tutta politica basata sull'intervento pubblico e gli aiuti statunitensi. Il problema, presente sin dal 1945, divenne però drammatico dopo la definitiva rottura tra i due blocchi in occasione del piano Marshall, per le sue speciali ripercussioni nel rapporto tra classe operaia e il resto del paese. Le dinamiche di fondo e le principali contraddizioni del centrismo si rifletterono nella tensione tra una politica repressiva di 'integrazione negativa' della classe operaia e una politica riformista che mirava, invece, a un''integrazione positiva' dei ceti subalterni. Onde evitare la perdita della propria centralità (all'interno del paese e rispetto agli Usa), la Dc evitò o impedì qualsiasi scelta produttiva che, accelerando molto la modernizzazione, potesse sciogliere a suo danno la tensione con la classe operaia.
L'uso dei fondi del piano Marshall in Italia riflette dunque motivazioni eminentemente politiche. Tra esse rientrava un patto implicito tra la Dc e gli imprenditori per un basso prelievo fiscale e il ritorno al profitto tramite gli appalti pubblici. 
]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=389</link>
  <pubDate>settembre 1999</pubDate>
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  <item>   <title>L'antiamericanismo in Europa. Una prospettiva comparata</title>
  <description><![CDATA[L'antiamericanismo, in quanto fenomeno culturale e psicologico, può essere definito dalla sua storia, o piuttosto da uno studio dell'evoluzione di tutte le più diffuse forme di antagonismo alla nazione, al popolo, alla civilizzazione degli Stati Uniti e alle iniziative prese da questi ultimi nel mondo. L'articolo identifica quattro radici dell'antiamericanismo e le esamina così come si sono storicamente presentate: le rappresentazioni; le immagini e gli stereotipi (dalla nascita della repubblica americana); l'esperienza collettiva condivisa (dall'epoca dell'immigrazione di massa); la sfida del modello americano di modernizzazione (dagli anni venti); la proiezione organizzata del potere economico, politico e culturale americano (a partire dalla seconda guerra mondiale). Le manifestazioni del fenomeno negli ultimi cinquant'anni sono state caratterizzate da combinazioni sempre mutevoli di questi fattori, la cui configurazione è dipesa da crisi interne ai gruppi e alle società in cui esse si producevano come anche da qualsiasi cosa abbia fatto, detto o prodotto la società americana, in ogni suo settore. Con l'ascesa della potenza americana, dopo il 1945, è avvenuto il cambiamento decisivo, ma senza i tre elementi sopra indicati — antecedenti e pretesti forniti dalla storia — questo sviluppo di per sé non avrebbe mai provocato o attirato i risentimenti, le invidie, gli antagonismi che si sono espressi nell'antiamericanismo classico.]]></description>
  <link>http://www.italia-liberazione.it/it/iclarivista.php?art=371</link>
  <pubDate>dicembre 1999</pubDate>
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